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Archivio Ottobre 2004

Arturo Brachetti ? L’uomo dai mille sogni

29 Ottobre 2004 3 commenti


Torino, Teatro Alfieri
Arturo Brachetti ? Il mio campione!
Giovedì 14 ottobre 2004

Che sensazione meravigliosa, uscire dal Teatro Alfieri di Torino dopo uno spettacolo e sentirsi innocenti come bambini. E’ appena terminato lo spettacolo L?uomo dai mille sogni di Arturo Brachetti e la gente esce alla spicciolata dal teatro, consapevole di essere stata testimone di un evento raro, vale a dire l’esibizione di un talento unico a livello planetario. Credetemi: la serata si è rivelata straordinaria. Il ritmo è stato notevole, con una sola leggera flessione nel secondo atto, quando Brachetti ha dedicato un omaggio a Fellini e alle sue opere cinematografiche: ecco in quel momento abbiamo registrato un lieve momento riflessivo. Per il resto è stato un uragano di emozioni. In effetti, Brachetti ha stupito l’intera platea per l’intensità della sua performance e per lo spossante impiego di forze: è da solo sul palco per l’intero spettacolo con il solo supporto di voci registrate con cui dialoga di tanto in tanto. Meravigliosi i dialoghi con la mamma, interpretata da Sandra Mondaini (questa voce risulta in italiano anche nelle rappresentazioni in Francia, in Germania e in America), divertenti gli interventi di Aldo, Giovanni e Giacomo che danno la voce ad un orsacchiotto, ad un pupazzo e ad un Pinocchio di legno.

Francamente non avevo mai visto Brachetti prima dal vivo e quindi temevo un pochino la serata: mi aspettavo che il continuo gioco di cambi di abito avrebbe sì stupito all’inizio, ma annoiato alla lunga. E invece sono rimasto piacevolmente sconfessato: la commedia si è dilungata senza mai smarrirsi nei dettagli. In breve ecco la trama: il protagonista svuota l’antico solaio della casa dei genitori dopo la loro scomparsa e ritrova gli antichi giochi dell’infanzia, gli abiti degli zii defunti, le fotografie, la borsetta della mamma (quest’ultimo oggetto diventa quasi un personaggio della commedia e ritornerà a sorpresa dove meno te l’aspetti).

Grandissimo sfarzo di costumi e notevole macchina di scena: la scenografia aperta rappresenta il solaio e nel secondo atto tutto il palco ruota incessantemente dopo essersi chiuso in una gran cassa di legno, quasi a raffigurare il contenitore di tutti i nostri ricordi di gioventù e dei nostri sogni perduti. Il messaggio è semplice: a quarant’anni ci sentiamo adulti, ma siamo altresì pronti a dare qualsiasi cosa pur di tornare all’innocenza della nostra infanzia e riprendere i nostri sogni proprio là dove sono rimasti interrotti. E alla fine dello spettacolo proviamo il desiderio di salire sul palco e abbracciare Brachetti per averci fatto ritrovare il “bambino perduto” che è sempre stato dentro di noi. La felicità è sempre stata a portata di mano: siamo noi che, crescendo, l’abbiamo trascurata.

Il notevole movimento dei macchinisti fuori scena ha sicuramente aiutato il nostro Arturo nei frequenti cambi d’abito, mentre stupefacenti sono state alcune trovate: fra tutte, i due guanti bianchi che suonano il pianoforte, lasciandoci immaginare un uomo invisibile all’opera. Volete una critica negativa? Fatemi pensare, eccone una! Le musiche: si poteva fare di meglio. Ma tutto il resto, dico tutto è stato unico e impareggiabile.

Dopo 600.000 presenze a Parigi nel giro di due anni, ora lo show comincia a girare il mondo ed è un vero peccato che questo spettacolo sia stato rappresentato in Italia soltanto a Torino. E’ la città di Brachetti, quindi è naturale che qui il Nostro giochi in casa (certe battute erano chiaramente dedicate al pubblico subalpino: dal motivetto di “Don Bosco ritorna” fino alla tipica espressione piemontese del “ciapa-ciapa” che rende chiara l’operazione di accaparramento delle sorelle del protagonista). Tuttavia, le date previste sono state prolungate di alcuni giorni a causa della singolare vendita di tutti biglietti con parecchi giorni di anticipo. E’ sicuro che se questo spettacolo fosse arrivato a Milano, Roma, Napoli e in tutte le altre città di Italia avrebbe fatto il tutto esaurito.

Ed ora… alla fine di una serata così intensa, mi ritrovo a sognare ad occhi aperti. Grazie, Arturo! Il buon Dio ti ha dato straordinari talenti e tu li hai fatti fruttare alla grande. Ed è per questa ultima prospettiva che per me sei il mio campione!

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Direzioni diverse (Le Balentes – Cantano)

21 Ottobre 2004 4 commenti


Le Balentes – Cantano
Luglio 2004, Edizioni Raitrade

Ho scoperto Le Balentes grazie a Van De Sfroos. Le ho viste poi, con viva attenzione, nelle celebri e fugaci apparizioni televisive mesi or sono. Ho avuto, una buona volta, la fortuna di assistere dal vivo ad una loro memorabile esibizione la scorsa estate. E poi mi sono procurato il CD Cantano. Duole dirlo, ma in piena onesta quest?album non ha accelerato l’escalation della mia curiosità.
Eppure non posso negare che si tratti di un buon lavoro. Il prodotto è registrato bene, le voci delle Divine disegnano cori armoniosi, gli arrangiamenti risuonano tirati a lucido, si sente che il mestiere non manca e che la qualità compositiva esce da mani esperte. E allora dove si è perso qualcosa? E’ difficile dirlo con esattezza. Ho intravisto il desiderio legittimo di comunicare con una larga parte di pubblico e di entrare in cerchie nuove, mentre io forse mi aspettavo un CD diverso, un qualcosa che fosse più vicino all?anima originale delle Balentes. In alcuni momenti, sinceramente ho l?impressione che questa voglia di muoversi in direzioni diverse si sia tradotta in arrangiamenti così divergenti, al punto da velare le potenzialità naturali delle nostre ragazze.

A dire il vero, il mio giudizio potrebbe essere stato viziato dal fatto di aver già ascoltato gran parte di queste canzoni del CD dal vivo in concerto: posso affermare, senza tema di smentita ,che le tre ragazze erano state superbe in quell?occasione, accompagnate al piano da un vivace Augusto Pirodda. E invece, riascoltando ora le stesse canzoni dal CD, mi sembra di non riconoscerle più.
Dov’è finita la grinta di una canzone trascinante dal vivo come Gherra? Al suo posto è apparsa la voce dei Gipsy King… mi sembra un brutto scherzo. Ma come può essere passato in mente? Forse le edizioni di RAI Trade hanno forzato la mano, sottraendole alla loro identità.
Eppure non mancano momenti efficaci nel disco: Canzoni è un brano corale di pregevole fattura. Nara chi nara incuriosisce, stupisce ed è la mia preferita, mentre Cannacca macca contamina l’isola sarda con i suoni caraibici. Non sono da trascurare brani come Cantano e Notte, mentre le radici popolari appaiono evidenti in Biancu est cabore e si allietano con le sonorità vocali-strumentali di una gradevole Pobiddu meu. Degna di nota, anche se funerea, è la melodia popolare di Fizu meu. Bambolina è professionalmente perfetta, un motivetto facile ma non scontato, con tanto di cori scanditi a ritmo ballabile: pronto per essere il tormentone dell’estate (è un peccato che il CD sia uscito ad estate 2004 iniziata e che non abbia avuto una felice distribuzione: l’abbiamo sentita alla radio, ma non con quella frequenza che si poteva stimare).
Un commento a parte merita Spunta la luna dal monte: Andrea Parodi è presente ma le ragazze gi hanno scippato la parte in cui la voce squillante avrebbe potuta salire in alto e farci provare forti emozioni, come ai tempi dei Tazenda. L?intervento del violino di Mauro Pagani è un piccolo gioiello. Questa canzone è sempre bella, ma anche qui preferisco ricordare la versione dal vivo con le tre Valorose sole senza Parodi e Pagani e con il solo pianoforte di Pirodda. In quell?occasione Stefania, Lulli e Betty hanno innescato un irresistibile fremito nel pubblico presente e non era per il freddo della serata all?aperto.
Ogni CD ha il suo “cucchiaio di legno”. Credo di non essere l?unico ad assegnare questo disonore a Q-Gurra: è un brano caotico che esprime esattamente il limite generale di questo CD; è proprio qui infatti che affiora evidente quell?atmosfera composita, che poco ha a che fare con il soffio vitale delle nostre amate cantanti e di cui ho già scritto sopra.

La grafica di copertina ricorda i tempi andati, l’idea è particolare, ancorché non sia riuscito a capire il perché delle uova in faccia. Notevolmente più simpatica, anche se non inedita, la foto interna con i piedi delle nostre tre ragazze sommerse in un evidente ed oscuro blu.

Care Balentes, la Sardegna non è il vostro confine: è la vostra arma migliore con cui conquistare il continente. Conto di risentirvi ancora dal vivo e di ascoltare il vostro prossimo CD: di sicuro sarà un passo avanti rispetto a questo. Non mollate!

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Ben Harper and the Blind Boys of Alabama

15 Ottobre 2004 7 commenti

Ben Harper & The Blind Boys Of Alabama
There Will Be A Light September
2004 (Virgin/EMI)

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Quattro vite parallele e mille storie convergenti

9 Ottobre 2004 5 commenti


David Hajdu
Positively 4th Street – Come quattro ragazzi hanno cambiato la musica
(Joan Baez, Bob Dylan, Mimi Baez Fariña and Richard Fariña)
Roma, 2004 ? Edizioni Arcana

David Hajdu, dopo essere stato premiato per la magistrale biografia del musicista jazz Billy Strayhorn (il titolo del libro è Lush Life, North Point Press 1997) è passato a scrivere e diffondere la leggenda delle generazioni perdute del folk USA, quelle che hanno cambiato la musica e il mondo intero nella prima metà degli anni ?60. Il libro racconta le vite parallele di Bob Dylan, Joan Baez, Mimi Baez Fariña, and Richard Fariña. Non credo sia utile e neppure necessario spendere alcuna parola per presentare Bob Dylan e Joan Baez: i nomi di questi due miti del folk e del rock circolano abbondantemente in Italia da quasi 40 anni. Meno noti al grande pubblico sono la sorella minore di Joan, Mimi appunto, e Richard Fariña, scrittore e musicista, marito di Mimi. Questi ultimi sono la vera sorpresa del libro.

Positively 4th street è un racconto ben documentato di quegli anni: alcuni capitoli sono pagine degne del più avvincente dei romanzi, altri potrebbero tranquillamente apparire sulle più interessanti riviste di musica, altri ancora riportano la descrizione sociale di una generazione fortunata e perduta, e di una cultura che si è imposta nel mondo occidentale con grandi riflessi anche in Europa.

Leggere questo libro è un?esperienza trascinante. David Hajdu è in grado di accompagnarci nella parte selvaggia del Greenwich Village di New York, in un mondo che ormai non c?è più. E? affascinante leggere di quando la sconosciuta Joan Baez cantava a piedi nudi, sotto la pioggia, esaltando il Festival di Newport in una notte resa immortale. E poi le irresistibili trovate di Richard Fariña per raggiungere il successo, come quella di raccontare di essere stato un terrorista dell?IRA e di portare un?improbabile piastra di metallo sul cranio. Le pagine più affascinanti riguardano Mimi, la bellissima sorella di Joan, anche lei musicista di qualità, sprovvista però di quella sicurezza di sé su cui la sorella maggiore ha costruito la propria via al successo. Una ragazza davvero sfortunata Mimi, la cui storia scioglie anche i lettori dal cuore più duro: alla fine è proprio lei il personaggio più amato del libro. Di certo non lo è Dylan, del quale Hajdu tratteggia, accanto agli episodi luminosi dell?avvio della sua carriera, tutta una serie di espedienti, tradimenti e astuzie varie. Bob non è citato dall?autore fra i ringraziamenti finali, avendo rifiutato di collaborare e di dare alcun?intervista all?autore. Del resto Bob non aveva neppure aderito all?iniziativa di Howard Sounes, quando aveva scritto Down the Highway (edizione italiana: Bob Dylan, Guanda 2001), libro analogo al presente e vivamente consigliato. Infine proprio oggi, mentre scrivo questa recensione nel mese di ottobre 2004, Bob ha appena pubblicato Chronicles ? Volume I, finalmente la sua autobiografia. Non vedo l?ora di leggerla e, perché no, fare qualche confronto.

Ma torniamo alla ricerca di Hajdu, un lavoro che ha del prodigioso: il numero di dettagli e la loro precisione è stato possibile grazie ai profondi studi e al numero incredibile di persone intervistate. In effetti, oltre ai quattro protagonisti, nel libro si raccontano le storie di altri personaggi che definire comprimari è persino eccessivo: lo spietato manager Albert Grossman, l?affascinante cantante folk Caroline Hester, il padre del folk Peter Seeger, il musicista-pittore Eric Von Schmidt, lo scrittore Thomas Pynchon, la stella del folk revival Judy Collins, i favolosi Beatles e moltissimi altri.

Vale la pena di citare la distruzione del mito del Festival di Newport del 1965: per anni tutti abbiamo creduto che Dylan fosse stato fischiato per essersi presentato con una band sostituendo le chitarre acustiche con quelle elettriche. Già Sounes nell?opera citata sopra aveva dimostrato che le cose fossero andate diversamente. Ed ora, in questo libro, troviamo la leggenda smantellata completamente: la gente ha fischiato solo perché il sound-check non aveva funzionato e si sentiva male, altro che contestazione polemica della svolta rock. Di certo, se quel festival è passato alla storia come uno smacco per Dylan, è stato invece memorabile per Mimi e Richard Farina, i quali avevano costruito un duo di ispirazione folk e che già includeva contaminazioni irish, rock, mediorientali ed africane. Grazie a Hajdu scopriamo qualcosa in più di questi due personaggi romantici e sfortunati: la sorte avrebbe potuto essere più generosa con loro. Tanto è vero che, grazie al lavoro di David Hajdu, Joan Baez e soprattutto Bob Dylan sono ora più umanizzati e del tutto smitizzati. Mentre le immagini di Mimi e Richard escono dalle seconde linee e sono pronte per essere le nuove icone di un periodo storico che assume quasi il valore di culto. Il libro è corredato di foto inedite d?epoca, un graditissimo accessorio e un autentico gioiello: guardate le foto di Mimi e Richard e traete le vostre conclusioni. Sono belli, affascinanti, bravi, creativi e sfortunati. James Dean e Marilyn Monroe hanno trovato nuovi colleghi di culto per la mitologia occidentale. Visitate http://www.richardandmimi.com/ e ne saprete di più.
Positively 4th street prende il nome da una celebre canzone di Dylan, scritta quattro giorni dopo il catastrofico festival di Newport, dedicata proprio ai vecchi compagni della comunità folk della quarta strada di New York, con un po? di rancore e disprezzo; e nessuno è efficace quanto Dylan, se si tratta di cantare con rabbia.

Dal punto di vista cronologico, il libro si apre quando i quattro ragazzi non sono ancora nessuno e si chiude dopo oltre trecento pagine, quando i ragazzi sono all?apice del successo: Dylan ha appena pubblicato il suo capolavoro di sempre, Blonde On Blonde; Joan Baez è l?indiscussa Regina della Pace che unisce in sé la figura di prima donna del folk e di suprema attivista per i diritti civili; Richard e Mimi riscuotono gran successo come musicisti e Richard ha appena pubblicato il suo primo (e unico) romanzo Così giù che mi sembra di star su. Ed è in quel momento magico che Hajdu racconta, sconvolgendo il lettore, i due gravi incidenti motociclistici, di cui uno fatale, che interrompono il gioco. La vita, dopo aver lasciato ai quattro la libertà cambiare la musica, si riprende il controllo e nulla più sarà come prima.

Rendiamo merito all?editrice Arcana che ha curato l?edizione italiana, seppur con tre anni di ritardo rispetto la pubblicazione originale. Se amate la musica, correte in libreria e procuratevi questo libro. Non riuscirete a leggerlo tutto di un fiato, data la ricchezza di racconti e di episodi. Tuttavia lo leggerete con curiosità, meraviglia, sbigottimento e passione. E che altro possiamo chiedere dalla lettura?

sabato 9 ottobre 2004

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Una chitarra leggendaria

5 Ottobre 2004 12 commenti


JJ CALE – To Tulsa and Back (Sanctuary Records, 2004)

A volte chi scrive di musica si avvale della dizione ‘leggenda’ con eccessiva leggerezza. Permettetemi in questa sede di usarla a seguito di una ponderata convinzione: JJ Cale è un’autentica ‘leggenda della storia del rock and roll’. Il Nostro ha concepito i primi capolavori artistici agli albori degli anni ’70 e, da pochi mesi, ha reso più bello il mondo musicale circostante, rilasciando To Tulsa and Back, una pregevole opera che sta girando con soddisfazione nei lettori di CD di chi cerca emozioni insuperate. Ho dovuto girare tre negozi di Aosta per poterlo trovare: i primi due negozianti avevano ricevuto poche copie ed erano già esaurite.

Cale è essenzialmente uno scrittore di canzoni, oltre che il creatore di uno stile chitarristico unico al punto da fare scuola. Nato e cresciuto a Tulsa (Oklahoma), Cale si è spostato a Los Angeles negli anni ?60. La sua carriera è stata segnata dal giorno in cui Eric Clapton ha portato una sua canzone, After Midnight (1970), nei Top 20. Debitore di tanto favore del pubblico, Clapton ha inciso la seconda pietra miliare uscita dalla creatività di JJ Cale: quella Cocaine (dall’album Slowhand del 1977) che ancora oggi rappresenta dal vivo uno dei cavalli di battaglia di manolenta. Ma il numero di artisti che hanno suonato brani scritti dal Nostro è lunghissimo; citiamone alcuni a titolo di esempio: Captain Beefheart (Same Old Blues, 1974), Lynyrd Skynyrd (Call me the breeze, 1974), Santana (Sensitive kind, 1981) e Johnny Cash (di nuovo Call me the breeze, 1997).

Cale consegue la sua rendita personale prevalentemente dai diritti d’autore dei pezzi interpretati da Clapton. La stessa cosa non si può dire del lavoro di Mark Knopfler, il quale ha ascoltato a fondo la maestria chitarristica e vocale dei primi tre album di JJ Cale, l’ha mischiata con un po’ di sfrontatezza alla Bob Dylan e ne sono venuti fuori i Dire Straits: ma Knopfler, a parte clonare Cale con la Fender, non ne ha mai suonato una cover; e così JJ Cale non ha mai visto un becco di un quattrino del successo planetario dei Dire Straits. Forse per questo fra i due non ci risultano grandi rapporti.
Parliamo di una persona riservata che ama stare lontano dai riflettori: per anni ha vissuto in una roulotte, concede rare interviste dove preferisce parlare di chitarre e di suoni, piuttosto che di ?show business?. Considera la sua musica ?rock and roll? ed evidenzia come la band nei suoi lavori suoni sempre una melodia, ma la sua voce rugosa e sommessa non sia mai melodica. I suoi dischi sono affascinanti e contengono decine di canzoni che ci hanno commosso in molteplici circostanze. Vorrei incoraggiare chi non ha mai avuto modo di ascoltare JJ Cale a cominciare questa follia proprio dal suo nuovo gran bel disco del 2004: To Tulsa and Back. E subito dopo non esitare a cercare nei negozi una copia di quel classico primo album, Naturally (1971), che ha rivelato al mondo questo maestro straordinario!
Per tutta la sua lunga carriera ha cercato di essere sincero, di tirare fuori un suono unico ma vero di cui poter dire: ?Questo disco suona come me?. Ama ripetere nelle infrequenti interviste: ?Se questa musica non piace a me, non piacerà a nessun altro?. JJ Cale considera se stesso più autore di canzoni che cantante-interprete. Agli albori era un tecnico del suono, e questa attitudine gli è rimasta dentro: ancora oggi lavora per conto proprio con macchinari Yamaha, Roland, Neumann, Danelectro e poi le sue chitarre Taylor, Martin, più qualche strumento bricolage; ha confessato di usare a volte anche un sintetizzatore per chitarra su un modulo MIDI e poi usa i suoni della Casio 360. Per un principe dei suoni vintage, ci credereste mai?
Orbene, To Tulsa and Back è il suo primo disco in studio da oltre sette anni. JJ Cale è tornato in studio nella sua antica città d?origine per produrre un?opera nuova: in realtà solo sei canzoni sono state registrate in uno studio di Tulsa, mentre le altre sette sono state ?fatte in casa? (Cale le ha personalmente definite home demo). Dunque, se queste sono demo… ragazzi! Sono fantastiche!

I sei brani in studio sono stati prodotti da David Teegarden, vecchio batterista di Bob Seeger (un altro grande mito!). Cale ha chiamato a suonare i vecchi amici di Tulsa: al basso si sono alternati Bill Raffensperger, Gary Gilmore e JJ Cale stesso. Alle tastiere si sono avvicendati Walt Richmond e Rocky Frisco, mentre Jimmy Karstein si è dedicato alle percussioni. Il produttore David Teegarden ha una fattoria a 30 miglia da Tulsa (Oklahoma) e vi ha aperto uno studio di registrazione basato su software digitale (Protools). Lo studio è disseminato di strumenti analogici e un po’ di digitale. Ma Cale odia usare i PC per la musica, non li sopporta neppure per gli effetti (riverbero, compressori ed equalizzatore): per cui ha preso il lavoro registrato in studio, se l’è portato a casa e l’ha riversato sul proprio studio personale, ci ha messo la propria voce usando un microfono Neumann 67 e ha fatto il missaggio di quasi tutto il lavoro. Gli altri brani sono stati registrati tutti in casa da Cale stesso, il quale ha suonato un po’ di tutto: chitarre, basso, qualche suono di sintetizzatore.

Il CD comincia con una serie di ottimi brani che si susseguono in crescendo, ma che non dicono nulla di particolarmente inedito sulle capacità artistiche di Cale. Poi parte una sequenza di cinque brani che lasciano senza fiato. Vediamoli. One step si inserisce a pennello nella grande tradizione compositiva di JJ Cale: la si ascolta con curiosità e ardore, con quel testo dai toni proletari ed ironici: ?Se io usassi il cervello invece della schiena, farei due passi avanti e uno indietro?. Con Stone river passiamo allo shuffle ecologico: un racconto epico in cui si racconta che dove l’uomo costruisce l’acqua scompare dai fiumi; la chitarra acustica è in evidenza e vorremmo ascoltarla per ore. E poi parte la traccia di The problem, nella quale il ritmo vagamente country si sposa con un giro martellante di accordi spaziato da un ritornello dalle cadenze solenni: ?Sono nato in un tempo che ormai se ne è andato, in cui i vecchi dicevano ai giovani che cosa fare.? Questo geniale brano si chiude con un seducente assolo di chitarra: per Cale si tratta forse di uno standard, per molti chitarristi sugli scudi si tratterebbe di un?opera da imitare in quanto a feeling e capacità comunicativa! Ma non è finita: la sequenza fortunata procede con Homeless, la mia preferita, un brano dolcissimo e sognante in cui Cale ha registrato la propria voce sovrapponendola a se stessa, quasi a dare il segno di un coro coinvolgente. Fancy Dancer è forse il brano più convincente alle orecchie delle giovane generazioni e chiude una cinquina di canzoni da antologia. Nel seguito del CD (in tutto tredici canzoni originali), non posso esimermi dal citare i brani These blues e Another song: due chicche impareggiabili che rendono più che traboccante la capienza artistica di questo prezioso album.

Io mi auguro di avervi convinto e che non vi resti altro da fare, se non farvi un giro dal vostro negoziante di fiducia e procuratevi To Tulsa and Back. Se amate il buon vecchio rock con sfumature di blues, se ascoltate la musica per vivere emozioni e non per ammirare la tecnica, non rimarrete delusi!

Questa recensione è anche disponibile nella rivista “Marabel” al numero 1 pubblicato nel mese di marzo 2005 e scaricabile in formato PDF da www.massimobubola.com nella sezione fan club.
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